#ProgettoBillyElliot e #WorkInProgress – Intervista a Riccarda Zezza co-founder di MAAM e molto altro…

Qualche anno fa, alla ricerca di storie che potessero ispirare ho scoperto e avuto il piacere di incontrare per un’intervista Riccarda Zezza. Riccarda è una di quelle persone che ama prendere la leadership in un colloquio, non per imporsi ma, al contrario, per mettere al centro il proprio interlocutore; così quel primo incontro, più che un intervista, è diventato uno scambio, un’opportunità per condividere le rispettive visioni e missioni. Da allora seguo e volentieri promuovo il lavoro di Riccarda, soprattutto quello relativo al suo progetto Maam – Maternity as a Master. Il suo progetto parte da un’osservazione fondamentale, che quando la si legge appare quasi ovvia, pur non essendo per nulla scontata e universalmente sdoganata:

“Evidenze scientifiche dimostrano che le competenze trasversali (o soft skills), le più ricercate dalle aziende, vengono migliorate in modo naturale dall’esperienza di cura, per esempio, dei figli.

Eppure la maternità delle dipendenti rappresenta oggi un momento di crisi, sia per l’azienda che per i collaboratori.” dal sito Maam.life.

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ELL’ultima volta che ci siamo visti eri in procinto di lanciare MAAM; il libro era già uscito e avevi ceduto definitivamente le redini operative di PianoC, alle spalle avevi una carriera da manager e una breve parentesi da formatrice… Insomma, già allora, tanta roba! Ci racconti le pietre miliari che ti hanno portata fino a riconoscerti “imprenditrice sociale”? 

R.Z. – Uno degli ultimi lavori che ho fatto nel mondo puramente “profit” è stato quello di lanciare progetti sociali per Nokia in Europa, Medio Oriente e Africa. Per la prima volta ho conosciuto il mondo nonprofit più da vicino e ne ho saggiato la precaria sostenibilità economica: le nostre partnership iniziavano sempre da un lavoro sulla “exit”, ossia su come fare sopravvivere il nostro partner nonprofit una volta che avessimo smesso di sostenerlo economicamente. Perché i servizi più essenziali alla sopravvivenza dei deboli erano affidati solo alla generosità della gente e non avevano un loro modello economico? In quegli anni lessi un libro che si intitolava “La fine del fund raising”. Diceva una cosa molto semplice, che mi colpì: se allarghi la prospettiva con cui guardi al bisogno sociale, puoi trovare uno stakeholder disposto a pagare per quei servizi. Potrebbe non esserne il diretto beneficiario, spesso privo di risorse economiche, ma un terzo attore che trae comunque beneficio da quell’attività.

Il mercato cosiddetto profit ha una serie di meccanismi di efficienza che consentono di avere un impatto veloce: se il prodotto/servizio è di qualità, se trova il proprio cliente. Per questo, uscendo da una tradizionale carriera nel mondo profit, invece di creare un’organizzazione puramente nonprofit ho voluto provare un modello ibrido: una società che risolve un problema sociale, restituendo risorse alla società, ma che nel contempo risponde a un bisogno dell’economia, e quindi è qui che trova le risorse economiche per crescere e le strade per aumentare il proprio impatto il più velocemente possibile.

ELOggi Riccarda Zezza chi è, cosa fa e, soprattutto, perché? 

R.Z. – Ciò che oggi mi fa stare bene e sapere che sto facendo il meglio che posso. Sembra una banalità: ma io devo sapere che sto usando al meglio ciò che so e ciò che so di saper fare, che sto avendo il massimo impatto nell’ambito delle mie possibilità. Sento la responsabilità di usare quel che sono e quel che ho per… sì, lo dico: migliorare il mondo in cui vivo. Essere un’imprenditrice è generare qualcosa che deve diventare più grande di te e sopravviverti: quel che fa la mia azienda non può limitarsi alle mie idee e alle mie capacità. Deve aggregare altre forze, diverse e migliori, per crescere oltre le mie possibilità.

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Se ogni tanto sono frustrata è perché la mia voce è “piccola” in confronto a tante altre che – ho capito col tempo – non è per merito che hanno quel volume, e con il loro impatto (molto più ampio del mio) perpetuano la “legge del più forte”.

EGCosa diresti alla te stessa del passato, magari di quando eri in crisi?

R.Z. – Dovrei andare molto indietro per essermi davvero utile. E mi direi di stare tranquilla: che andrà tutto bene. Che le capacità che ho basteranno, che l’amore che aspetti dagli altri puoi crearlo tu, che puoi, puoi, puoi.

riccarda zezza

ELGrazie mille Riccarda e in bocca al lupo per i tuoi progetti futuri!

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